Un CTU del tribunale ha spesso a che fare con casi di immigrazione. Di recente sono stato contattato dall’avvocato di una signora statunitense che vuole ottenere la cittadinanza italiana per Ius Sanguinis, cioè attraverso la linea di sangue. Si tratta di un diritto che riguarda i discendenti di cittadini italiani, nati in uno Stato che invece prevede la cittadinanza Ius Soli (cioè chi nasce in quello Stato, ne è cittadino), come nel caso degli Stati Uniti.
Il lavoro è corposo perché è necessario tradurre e giurare in tribunale la traduzione dei documenti di nascita, matrimonio e morte (nel caso), di tutta “la catena”: dall’avo, cioè il parente partito dall’Italia, fino al rivendicante il possesso della cittadinanza per sangue. Nel caso che mi si presenta si tratta di quattro generazioni. Si parte dal bisnonno giunto negli Stati Uniti nel 1912 e si arriva alla bisnipote che nel 2017 desidera ottenere la doppia cittadinanza.
Il lavoro procede senza grossi problemi, eccetto il dubbio del luogo di nascita del padre di una delle nonne della richiedente. Dubbio che risolvo svolgendo una ricerca che mi porta a una soluzione ritenuta appropriata dall’interessata. Capita a un traduttore di doversi occupare anche di genealogia.
Gli aspetti interessanti stanno nei dettagli attraenti che sempre si manifestano quando si affronta un lavoro un po’ particolare e/o importante. A rendere interessante il lavoro del traduttore sono sempre i dettagli. Sia perché dai dettagli il traduttore può trarre informazioni che lo arricchiscono culturalmente, sia perché spesso sono i dettagli a determinare la qualità del lavoro di un traduttore.
Le parole dell’immigrazione
Quello che inizialmente mi colpisce è la terminologia utilizzata nei moduli di arrivo riempiti dai funzionari statunitensi all’inizio del novecento. Già il leggere la parola “race” (razza) fra i tratti identificativi dell’immigrato mi lascia un po’ interdetto perché si tratta di un termine ormai desueto e non più utilizzato nei documenti dei giorni nostri, per conclamata infondatezza scientifica. Ma quello che davvero mi stupisce è leggere che in certi casi si operavano addirittura ulteriori distinzioni, arrivando a indicare per la razza “Italian (south)”, cioè italiano del sud.

Altra cosa che salta all’occhio è l’uso del termine “alien”, per indicare lo straniero. In punta di vocabolario, la scelta del termine è corretta, ma di certo non è una soluzione che mette a proprio agio e avvicina il diretto interessato.

Altri aspetti interessanti hanno carattere maggiormente storico. Per esempio l’abiura della fedeltà a Vittorio Emanuele III al momento della richiesta di naturalizzazione. Come non passa inosservata la prolificità. Ben otto i figli di questa coppia di immigrati. Altri tempi rispetto alle medie italiane di oggi. Ma numeri non molto distanti dalla realtà dei paesi da dove provengono i migranti per guerra e carestia degli ultimi decenni.
Tutto questo può indurre facilmente a delle riflessioni sull’immigrazione, argomento quanto mai dibattuto in Italia negli ultimi anni. Argomento che non intendo di certo affrontare qui.

Immigrazione e sogno
Il mio cuore ha cominciato a battere più forte e la mia mente a viaggiare più lontano quando ho letto la professione di questo emigrato italiano nato nel 1888: “mason”, vale a dire muratore. Lo stesso lavoro del padre nella saga di Arturo Bandini, il personaggio creato da John Fante, uno dei miei scrittori preferiti. A questo punto, anche se i “miei” immigrati si stabilirono nel Connecticut e lì restarono, la mente vola a Denver e dintorni, nel Colorado, dove è ambientata gran parte della saga suddetta. Nella foto presente sul certificato di naturalizzazione riconosco la faccia di Svevo Bandini, che ovviamente non ho mai visto e neanche mai immaginato prima. Vedo questo bisnonno maledire il freddo e soprattutto la neve, proprio come faceva Svevo, perché gli impediva di lavorare. E risuonano gli epiteti “dago” e “wop” del disprezzo dei discendenti anglosassoni nei confronti di Arturo Bandini.

Dio mio che volo immaginifico. Il lavoro di traduttore può essere allucinogeno. Sarà forse per tutto questo che io e la committente stringiamo amicizia.
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